C come Cambiamento

Viviamo con il cambiamento alle calcagna.

Cambiano le relazioni tra le parole e i concetti con cui siamo soliti definire le stanze delle nostre vite quotidiane e il futuro che fino a ieri era soltanto un tempo è diventato anche  un luogo.
Cambiano i criteri che definiscono la qualità delle nostre vite, le opportunità che in esse riusciamo a cogliere, i bisogni e i desideri che riusciamo a soddisfare, tutte variabili come mai prima correlate alla qualità e alla quantità di connessioni che riusciamo a stabilire con le persone e le organizzazioni.
Cambiano le priorità, le domande, le risposte e, ancora una volta, i criteri che ne definiscono la congruità, e la legittimità.
Cambia l’evidenza con cui il cambiamento accade.
Cambia e diventa inscindibile la relazione tra libertà personali e libertà economiche, tra evoluzione della società digitale e garanzie dell’accesso, tutela delle libertà, tutela del cittadino e del consumatore.
Cambia l’ordine di grandezza di dati, informazioni e conoscenza disponibili in ogni campo del sapere, cambia il loro rapporto con le vite delle persone e delle organizzazioni e cambia la qualità, il valore, il controllo, il potere, non solo economico, associato alla loro gestione.
Cambia la relazione tra investimenti e occupazione, cambiano gli strumenti che possono favorire la creazione e la redistribuzione del lavoro e cambia il ruolo dell’intervento pubblico ai fini della creazione diretta di occupazione.
Cambia l’industria, quella che c’è e quella che verrà, come vedremo parlando di “industrial internet” e di “internet dell’energia”.
Cambia il lavoro, non solo quello legato alle nuove tecnologie ma anche quello per così dire tradizionale, nel senso che si ampliano – in linea tendenziale e in maniera non omogenea -, i fattori di autonomia e si riducono quelli di dipendenza, e che il lavoro riconquista una parte significativa della propria capacità creativa, si mostra più orientato all’innovazione, realizza economie di scala e di scopo che producono vantaggi in termini di costo che normalmente, nella precedente fase della rivoluzione industriale, erano collegati alla produzione di massa.
Cambiano l’organizzazione sociale e l’organizzazione della produzione, si amplia la diffusione e si allargano i confini dell’organizzazione rete, che può essere definita come l’insieme dei network nell’ambito dei quali più attori, soggetti e organizzazioni di carattere pubblico e/o privato condividono norme, definiscono relazioni stabili, processi e rapporti di scambio durevoli, perseguono interessi comuni sulla base di una struttura non gerarchica e interdipendente, condividono (anche attraverso processi di mediazione) obiettivi, significati, valori, senso di partecipazione, interessi, effettuano transazioni (Moretti 2008).
Aumenta la domanda di competenze cognitive e interpersonali connesse alla capacità di comprendere, utilizzare e scambiare dati, informazioni e conoscenza e diminuisce (o comunque si caratterizza sempre più nell’ambito di specifiche aree produttive delle organizzazioni che adottano sistemi di tipo gerarchico) il fabbisogno di competenze cognitive e manuali riferibili a procedure e mansioni di routine.
Cambiano e si moltiplicano i luoghi della socialità, della solidarietà e delle relazioni.
Aumentano le possibilità di condividere idee, lavori, progetti, passioni, e di partecipare attivamente alla loro realizzazione.
Le persone sono coinvolte nel processo informativo in un modo significativamente diverso da quanto accadeva nelle fasi precedenti, e ciò favorisce la costituzione di un pubblico attivo che chiede di avere voce e di stabilire relazioni e caratterizza il passaggio, graduale e non lineare, dal “consumo” alla “produzione” di contenuti informativi, con tutto quello che questo significa dal versante delle nuove opportunità e dei problemi inediti con i quali bisogna fare i conti, a partire da privacy, tutela dei contenuti e copyright, riduzione dei tempi di esclusiva nella distribuzione dei contenuti, promozione dell’uso legale.

Detto tutto questo mi resta da ricordare che sono trascorsi 50 anni, era il 1964, da quando Bob Dylan cantava The Times They Are a- Changin’ per annunciare la rivoluzione che stava arrivando. E che, 50 anni dopo, la nostra rivoluzione comincia dalla nostra testa, dalla nostra cultura, dall’approccio con il quale facciamo le cose.

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