C come Città

In un mondo sempre più “condannato” a trovare l’asset, il tratto distintivo, il vantaggio competitivo, il quid che un paese, un’istituzione, un’azienda, un brand possiedono in via esclusiva o comunque in misura superiore rispetto a tutti gli altri, la valorizzazione delle città, dei distretti, dei territori può essere la chiave per trasformare l’Italia dalle mille e mille città nell’Italia dalle mille e mille opportunità.
Sull’asse #farebenelecose e #farecosebelle le città intelligenti, le città digitali, le città smart possono avere nel nostro Paese caratteristiche e potenzialità senza eguali al mondo.

Vantiamo alcune credenziali importanti:
Siamo il paese di Lorenzo de’ Medici, di Leonardo da Vinci, di Raffaello che impara l’arte nella bottega del padre, questa è storia, e la storia fa la differenza quando devi fare futuro.
Siamo la nazione che ha il maggior numero di presenze, 50, nell’elenco dei siti Patrimonio dell’Umanità stilata dall’Unesco.
Non esiste al mondo altro paese che possa vantare così tante città, grandi, medie e piccole, e così tanti distretti e territori, con così tanta storia, identità, cultura, paesaggio, beni ambientali e culturali (il 31% delle ricerche online dedicate all’Italia riguarda questi beni), tradizioni produttive e artigianali, brand famosi nel mondo, come l’Italia (finanche nella classifica mondiale delle 10 città più amate dai turisti siamo l’unico Paese che ha 3 città).

Il messaggio è:
ripensare le città, i territori, i distretti industriali, sociali, culturali italiani come tanti hub da riorganizzare, rigenerare, rivalorizzare alla luce delle opportunità offerte dall’internet dell’energia e dall’internet delle cose; cominciare a farlo concretamente, valorizzando le nostre risorse storiche, culturali, ambientali, naturali, produttive.

Incardinata intorno alla città, al distretto, al territorio, la rivoluzione industriale cominciata con l’avvento da un lato dell’internet delle cose (industrial internet, industria 4.0), dall’altro dell’internet dell’energia (riorganizzazione efficiente degli edifici, riorganizzazione del sistema dei trasporti pubblici, utilizzo prioritario dei beni collettivi rispetto, tutela dell’ambiente,  produzione e smaltimento dei rifiuti), dall’altro ancora del tessuto di relazioni sempre più stretto tra i due ecosistemi, quello digitale e quello energetico, può avere nel nostro Paese caratteristiche e potenzialità da molti punti di vista, a partire dalla capacità di attrarre capitali e di essere competitivi, assolutamente uniche.

Proviamo a immaginare Bologna, Erice, Eolie, Firenze, Matera, Milano, Napoli, Palermo, Pompei, Roma, San Gimignano, Siena, Venezia, Verona – solo per fare qualche esempio -, ripensate, riorganizzate, rigenerate  alla luce delle opportunità offerte da internet e dalle energie rinnovabili.

Riusciamo a vedere cosa può voler dire valorizzare le risorse storiche, culturali, ambientali, naturali, ecc. di ciascuna di queste città? Cosa può significare tutto questo dal punto di vista del lavoro, della vivibilità, della bellezza e della attrattività delle nostre città, della qualità delle nostre vite? E chi può mettere in discussione che la città digitale, la città intelligente, la città smart può avere nel nostro Paese potenzialità, caratteristiche senza eguali al mondo? E se non si forma e si misura su questo terreno su cosa si forma e si misura una nuova classe dirigente?

In questa connessione forte tra internet delle cose, internet dell’energia e innovazione da un lato, città, distretti e territori dall’altro, c’è a mio avviso la leva in grado di innescare la svolta sul terreno della capacità competitiva, dello sviluppo e della crescita economica del Paese, la molla capace di attivare il general intellect, l’intelligenza collettiva e di avviare il nuovo corso italiano.

La città, il distretto, che diventa il contesto (ambito, background, palinsesto) economico sociale aperto e interconnesso in grado di:
dare unicità, valore, vantaggio competitivo alla via italiana al lavoro, all’innovazione, alla creazione d’impresa, allo sviluppo (agricolo, industriale, turistico, ecc.);
liberare la cultura d’impresa dal vincolo della trasmissione familiare, di valorizzare e moltiplicare le sue risorse;
incrementare l’occupazione sia nei settori “tradizionali” che nelle nuove imprese innovative.

 

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