E come Education

L’Italia non esce dalla crisi se non abbassa drasticamente i tassi di dispersione scolastica tra i ragazzi e di analfabetismo funzionale tra la popolazione adulta. Se non rende esigibile il diritto ad apprendere e formarsi per tutto l’arco della vita. Se non mette in condizione i lavoratori e i cittadini, le imprese e la PA, di usare al meglio il computer e internet, con tutto quanto questo vuol dire non solo dal versante dei processi di apprendimento ma anche da quello dei processi di inclusione, di consapevolezza, di partecipazione.

I livelli di dispersione scolastica e di analfabetismo funzionale assai elevati, quelli relativi alla formazione sul lavoro altrettanto bassi, la mancanza di una legge sul Long Life Learning, lo scarso utilizzo delle nuove tecnologie in funzione dei processi si apprendimento dimostrano che non c’è stata nelle classi dirigenti italiane una sufficiente consapevolezza della rilevanza strategica della risorsa educazione, sia dal versante scuola e università che dal versante formazione e apprendimento permanente, e questo naturalmente incide in maniera significativa sulle risposte che riusciamo a dare a domande del tipo: “come usa il computer chi va a scuola?”, “e come chi non ci va?”, “e gli operai?”, “e i pensionati?”. Di certo non a caso, il rapporto Skills Outlook 2013 dell’Ocse, ci colloca all’ultimo posto, tra 24 paesi cosiddetti sviluppati, per competenze in lettura (literacy) e al penultimo per quelle in matematica (numeracy) e capacità di risolvere i problemi in ambiente fortemente tecnologici (problem solving), il che tradotto in soldoni vuol dire essere un paese con un livello impressionante, e inaccettabile, di “analfabeti funzionali”, persone che non sanno utilizzare le abilità di base per esprimersi e ragionare come potrebbero e dovrebbero.

Non serve girarci intorno, non si può non prendere adeguatamente sul serio questo dato, non si può continuare ad avere un capitale umano “imbarazzante” e far finta che i problemi siano altri. Bisogna piuttosto individuare rapidamente le risorse, non solo finanziarie, per uscire da una condizione che non solo mantiene in uno stato di potenziale emarginazione ed esclusione una quota consistente di popolazione, ma rischia di rendere difficile fino ai confini dell’impossibile qualsiasi ipotesi di cambiamento. Un esempio per tutti: se l’avvio dei servizi in digitale non procede in parallelo con il lavoro formativo necessario ad abilitare i cittadini al loro utilizzo, evitando che l’uno diventi l’alibi per bloccare l’altro, l’idea di cogliere o anche solo di avvicinarsi agli obiettivi previsti da Agenda Europea 2020 diventa di fatto pura propaganda.

Non basta fare l’Italia digitale, bisogna digitalizzare gli italiani. E in questa direzione possono trovare posto non solo le iniziative volte a qualificare e a dotare di nuovi strumenti il nostro sistema di istruzione, dalla scuola primaria all’università, ma anche quelle volte a sfruttare al meglio ogni possibile opportunità, si pensi in questo quadro alla legge di iniziativa popolare sul long life learning promossa dalla Cgil, alle attività dei Fondi Paritetici Interprofessionali, alla valorizzazione della Rai e del sistema pubblico di comunicazione televisivo, all’impegno dei giovani nelle famiglie e nel volontariato, al ruolo di soggetti come fondazioni, associazioni, terzo settore che hanno il profilo giusto per fare da cerniera della conoscenza, da punto d’incontro tra chi sta dentro il cambiamento e chi rischia di rimanere tagliato fuori.

Un’idea potrebbe essere quella di utilizzare in senso ampio le diverse agenzie dell’istruzione e della formazione da un lato, le tecnologie dell’informazione dall’altro, per lanciare un progetto rivolto non solo a chi inizia o è già inserito nel processo scolastico o formativo, ma anche a chi ne è fuori, indipendentemente dalla classe di età a cui appartiene (fermo restando naturalmente il ruolo del MIUR che continuerebbe ad avere il compito di definire, in accordo con le forze sociali, le coordinate entro le quali tutti i soggetti sono tenuti a muoversi).

Dentro questa impostazione, a un livello non più di base ma avanzato, un altro passo da fare è quello che porta alla certificazione delle competenze, questione ancora non risolta nonostante alcuni segnali incoraggianti come le intese tra le parti sociali (Confindustria, Confservizi, Cgil Cisl Uil) che sono intervenute in direzione dell’ammodernamento del sistema di formazione, dell’apprendimento permanente e del loro rapporto con l’evoluzione tecnologica e organizzativa delle imprese. (ad esempio nel settore bancario l’accordo tra le parti ha permesso di sperimentare un sistema che collega l’apprendistato al sistema di qualificazione europeo EQF allo scopo di permettere ai lavoratori di ottenere qualifiche spendibili a livello europeo).

Definire anche in questo ambito le modalità e i percorsi con i quali attivare possibili processi di isomorfismo (Powell e Di Maggio) tendenti a diffondere questi tipi di esperienze nell’intero apparato produttivo nazionale potrebbe contribuire a implementare il modello sociale europeo, a rafforzare la capacità di difendere e salvaguardare le tutele e i diritti di chi lavora. E’ utile sottolineare che anche da questo versante le tecnologie della rete rappresentano un potente fattore di spinta, possono aiutare a superare le diffidenze e talvolta l’opposizione di quanti sono o si sentono emarginati, o comunque spiazzati, dall’incessante ridefinizione del lavoro e delle sue caratteristiche, dal fatto che la vita lavorativa è decisamente più lunga di quella dei mestieri, dalla consapevolezza che le competenze necessarie per far fronte alla nuova fase non sono più date una volta per tutte.

Alfabetizzazione, formazione per tutto l’arco della vita, certificazione delle competenze formali e informali dei lavoratori e dei cittadini rappresentano dunque per molte ragioni una condizione indispensabile per accelerare il processo di digitalizzazione del sistema Paese, per incrementare la domanda e ampliare il mercato di nuovi servizi.

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