L come Lavoro

Senza la rivoluzione dello spazzino che si mette scuorno, prova vergogna, se non pulisce bene il suo pezzo di strada, non ce la facciamo. E non ce la facciamo senza il vigile urbano e il fabbro, l’impiegato e lo startupper che si mettono scuorno se non fanno bene il loro lavoro. Non ce la facciamo senza l’imprenditore che investe e innova perché si mette scuorno di chiamare competitività i salari da fame e i diritti calpestati. Non ce la facciamo senza l’Italia che investe nella bellezza e nell’intelligenza, nella tecnologia e nel futuro perché si mette scuorno di avere più della metà dei suoi giovani senza lavoro, senza casa, senza autonomia, senza opportunità.

Se non cambiano l’approccio al lavoro, la cultura del lavoro, l’Italia non ce la fa a crescere.
Se non vogliamo che l’ombra del futuro del nostro Paese si appiattisca sul presente dobbiamo tornare a dare valore al lavoro, a rispettare il lavoro e chi lavora, a connettere la parola lavoro con parole come dignità, identità, senso, autonomia.

Come direbbe Libero, uno dei protagonisti di Testa, Mani e Cuore, «l’Italia se la sta dimenticando la fatica che ci vuole per fare il pane, per tirare su un ponte, per raccogliere i pomodori, per costruire un’automobile. Qui a furia di frullarsi la testa con la televisione certa gente pensa che viviamo nel mondo del mago Copperfield, puff e le cose appaiono come dal nulla. E invece dietro ogni cosa ci stanno la capacità, l’impegno, la fatica di quelli che la fanno.»

Bisogna cambiare approccio.
Bisogna dare valore all’Italia che pensa lavoro, dunque sono, merito rispetto, considerazione.

L’Italia che dà più valore al lavoro e meno valore ai soldi, più valore a ciò che le persone sanno, e sanno fare, e meno valore a ciò che hanno.
L’Italia che crede nel lavoro come identità, dignità, diritti, responsabilità, autonomia, futuro e dunque non considera il lavoro soltanto un mezzo, una necessità, ma anche un fine, una possibilità.
L’Italia che chiede rispetto per il lavoro e per chi lavora, riconoscimento per chi merita, sostegno per chi innova, inclusione per chi si trova in una condizione di svantaggio non per propria colpa ma per gli esiti della lotteria sociale.
L’Italia che considera il lavoro ben fatto il centro, il motore, l’anima del processo di cambiamento, l’approccio in grado di tenere assieme l’ebanista e il maker, l’azienda agricola e il rural hub, il cantiere edile e l’impresa di pannelli solari, il borgo antico e la smart city.
L’Italia che pensa che ciò che va quasi bene non va bene, che mette sempre una parte di sé in quello che fa, che prova soddisfazione nel fare bene una cosa a prescindere, qualunque essa sia: pulire una strada, progettare un centro direzionale, scrivere l’enciclopedia del dna, cucinare la pasta e fagioli.
L’Italia che compete perché nel lavoro valorizza la dedizione, la cura, l’intelligenza, la qualità, la professionalità, l’eccellenza, la conoscenza, l’innovazione, la bellezza.
L’Italia del barista e della scienziata, dell’artigiano e dell’impiegata, del musicista e dell’operaia, del ferroviere e dell’apicultore, della maestra, dello start-upper e del meccanico, donne e uomini normali che ogni giorno con il proprio lavoro, con l’intelligenza, l’amore, l’impegno che mettono nelle cose che fanno, creano le condizioni per dare più senso e significato alle proprie vite e dare più futuro al proprio Paese.

Approfondimenti
Noi siamo gli innovatori, siamo quelli del lavoro ben fatto, Che Futuro!
Boomerang Worker, Nòva Il Sole 24 Ore
La lezione dello spazzino londinese, Che Futuro!
Il lavoro va preso di faccia, Resto al Sud
Il lavoro ben fatto moltiplica le opportunità, WWWorkers.it

Elogio dell’uomo artigiano, Che Senso Che Fa, Rassegna.it
Le vie del lavoro al TEDxNapoli Che Senso Che Fa, Rassegna.it

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