Q come Qualità

Sulle vie della qualità l’Italia può fermare il declino, può ritrovare carattere, senso, identità, missione, può riconnettere società e istituzioni, può arginare il deterioramento dello spirito pubblico, può uscire stabilmente dalla crisi.
Due i concetti chiave: innovare; dare valore al lavoro.

Innovare. Per elevare la capacità di competizione e di internazionalizzazione delle nostre imprese, quelle grandi naturalmente, ma anche quelle piccolissime, piccole e medie che rappresentano, è utile non perdere mai di vista questo dato, la stragrande maggioranza del totale delle imprese e degli occupati. Per rendere la pubblica amministrazione più efficiente e i suoi servizi meno costosi, più veloci e più vicini alle persone e alle imprese. Per cogliere di più e meglio le opportunità legate alla società della conoscenza. Per fare della qualità, della bellezza, della creatività, della vivibilità i muri maestri intorno ai quali ripensare il futuro dell’Italia dalle mille e mille città.

Dare valore del lavoro, fare del lavoro e del suo valore il cardine delle politiche di coesione e di sviluppo in Italia, in Europa e nel mondo. Il tema è il lavoro come bisogno in sé, come parte fondamentale del percorso attraverso il quale le persone coltivano la propria identità, organizzano, danno senso e significato alle proprie vite, soddisfano le proprie aspettative di futuro, costruiscono gli orizzonti all’interno dei quali coltivare la stima di sé, la dignità, il rispetto, l’autonomia sul piano individuale e su quello sociale.

E’ la relazione esistente tra la capacità di innovare, di competere e di conquistare spazi di mercato da un lato, e il riconoscimento sociale del valore del lavoro, la possibilità che chi lavora abbia una vita più ricca e consapevole, dall’altro, a dare senso e razionalità alla necessità di investire in capitale immateriale, capitale umano, capitale conoscenza, capitale intelligenza. Il sapere, il saper fare, i processi di apprendimento sono infatti una componente essenziale non solo dei processi di emancipazione delle persone ma anche della capacità di attrarre, competere, eccellere delle imprese, della PA, dei territori, dei sistemi sociali, economici e produttivi con i quali le persone interagiscono. Il che ci riporta nuovamente e inevitabilmente al bisogno di determinare un cambiamento profondo della prospettiva culturale e sociale prima ancora che economica dell’Italia, al tema “classi dirigenti”, alla necessità di condividere l’idea che le opportunità connesse allo sviluppo di internet hanno tante più possibilità di crescere e di essere colte quanto più strettamente sono connesse al concetto di “qualità”.

Qualità del lavoro, qualità dell’impresa e dei suoi prodotti, qualità della PA e dei suoi servizi, qualità sociale, qualità della vita. La qualità che fa muovere il Paese, lo fa ripartire, lo sostiene nei suoi percorsi di innovazione, di cambiamento, di crescita. La qualità che non si accontenta dei casi di eccellenza, che si fa norma, che muove dalla capacità delle organizzazioni – e delle persone che a ogni livello ne fanno parte -, di condividere, scambiare, convertire conoscenza. La qualità che acquista credibilità, senso e significato perché è capace di tradurre in risultati obiettivi come “innalzare la capacità e il livello di internazionalizzazione di imprese, università, centri di ricerca, sistema Italia”, “dare attuazione all’agenda digitale (a partire da identità digitale, anagrafe digitale e fatturazione elettronica)”, “combattere e abbattere l’analfabetismo funzionale”, “promuovere i talenti che abbiamo e aprire le porte a quelli provenienti da altre parti del mondo” “sfruttare appieno l’insieme di intelligenza, cultura, creatività prodotto da una comunità”. (André Gorz).

Non è tempo di piccoli aggiustamenti, c’è da avviare un nuovo corso italiano, c’è da (ri)costruire il background, il retroterra culturale, la tavola di valori, di riferimenti e di interpretazioni condivise, ciò che in altri contesti John Rawls ha definito consenso per intersezione (overlapping consensus), le cose su cui come classi dirigenti e cittadini italiani siamo d’accordo a prescindere dalle variegate, molteplici, significative differenze che caratterizzano le nostre preferenze in un’ampia pluralità di ambiti e di circostanze. Senza questa attività di ridefinizione, senza questa comune visione, i provvedimenti pure indispensabili che è necessario assumere sui diversi di terreni, da quello legislativo a quello economico, da quello industriale a quello sociale a quello educativo, rischiano di non produrre i risultati necessari.

Bisogna ripartire dall’Italia che si pensa come hub di una straordinaria rete di relazioni, culture, socialità, opportunità di sviluppo con ogni parte del mondo, come terra di mezzo tra l’Europa e il Mediterraneo, come “fabbrica” di innovazione e creatività in grado di trovare e dare senso, valore, competitività alla sua cultura, alla sua storia, alla sua voglia di futuro.
L’Italia che investe in ricerca, nuove tecnologie, infrastrutture avanzate. Che adotta modelli organizzativi in grado di coniugare competitività, qualità dei processi e dei prodotti, soddisfazione e benessere dei lavoratori. Che considera il merito un fondamentale indicatore delle abilità-capacità delle persone di utilizzare al meglio il proprio potenziale, di cogliere i fattori portanti insiti nelle diverse situazioni, di agire con efficacia, di risolvere problemi. E lo ritiene un punto di riferimento nella definizione di strategie volte a superare squilibri e divisioni, a definire le regole di società meno ingiuste perché più in grado di tutelare le capacità delle persone di realizzare i propri progetti di vita sulla base delle chance che si presentano loro sotto forma di diritti e di risorse, di legami sociali, di capacità (le possibilità concrete di vita) e di abilitazioni (il numero di capacità di cui ciascuna persona può concretamente disporre).

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