R come Racconto

Raccontando storie ci prendiamo cura di noi stessi, conosciamo, diamo senso, interpretiamo i contesti e le realtà nelle quali operiamo, comprendiamo meglio l’importanza delle buone relazioni, produciamo senso e condividiamo significato, attribuiamo valore alle cose fatte e da fare.

Attraverso il racconto contribuiamo ad attivare processi di innovazione, di trasformazione, di incremento del valore sociale delle organizzazioni e delle comunità con le quali interagiamo, nelle quali lavoriamo, studiamo, giochiamo, amiamo, in una parola, viviamo.

Al tempo di internet il racconto non è solo testimonianza e riflessione ma anche condivisione e partecipazione.

Il messaggio è: raccontare, accompagnare, sostenere, incentivare di più e meglio l’Italia che a ogni livello, con il proprio lavoro, con l’intelligenza, la passione e l’impegno che mette nelle cose che fa, mantiene viva la possibilità di cambiare pagina, rappresenta la condizione di possibilità del cambiamento, la forza che può muovere il paese, valorizzare la sua creatività, farlo ripartire, sostenerlo nel processo di innovazione e di crescita.

E’ l’Italia che cerca e trova il proprio valore nel valore delle persone, il valore di ciò che esse sanno e sanno fare e per questa via consolida i nuovi miti razionali (potenti regole istituzionalizzate in termini di classificazioni, tipizzazioni, aspettative di comportamento, norme che connotano i criteri di efficienza adottati, procedure, codici etici, tecnologie, teorie pedagogiche) in grado di sostenere i processi di innovazione e di sviluppare la nascita di nuove organizzazioni, di rispondere ai bisogni che essi fanno emergere, di favorire il cambiamento.

L’Italia che attiva nuovi processi di costruzione di senso e di significato (sensemaking, Weick), e per questa via interpreta, definisce, genera relazioni, contesti sociali, economici, culturali più utili allo sviluppo della nuova fase.

L’Italia che è più consapevole delle proprie possibilità, che ha un’identità più forte, che si riconosce di più nella sua storia e ha più fiducia nel proprio futuro (le azioni principali del sensemaking sono per l’appunto costruire, filtrare, incorniciare, creare, trasformare, inventare).

Questa Italia ha bisogno di essere raccontata non solo perché le storie «aiutano la comprensione, perché integrano quello che si sa di un evento con quello che è ipotizzato […]; suggeriscono un ordine causale tra eventi che in origine sono percepiti come non interconnessi […]; consentono di parlare di cose assenti e di connetterle con cose presenti a vantaggio del significato […]; consentono di costruire un database dell’esperienza da cui è possibile inferire come vanno le cose» (Weick, 1997). O perché «un racconto non è solo un semplice susseguirsi di eventi, ma dà forma al trascorrere del tempo, indica cause, segnala conseguenze possibili» (Sennett, 2002). Ma perché esiste una connessione forte tra azione narrativa e innovazione sociale. Tra attività di storytelling e processi di enactment. Tra narrazione e istituzione di ambienti sensati nei quali una data organizzazione, comunità, nazione, sceglie di riconoscersi.

E’ anche per questo che abbiamo bisogno di storie. Di dieci, cento, mille Omero pronti a testimoniare, raccogliere, raccontare, socializzare le storie vere che vogliamo rappresentino la  nuova epica italiana.

10, 100, 1000 aedi che al tempo dei bit come una nuvola si connettono, si trasformano, si espandono, raccontando però non di Dei e di Re, ma di donne e uomini normali, i nuovi eroi che ogni giorno, nonostante le difficoltà e gli affanni, non rinunciano a fare bene quello che hanno scelto di fare o che le circostanze della vita li hanno indotti a fare.

Approfondimenti
Dialogo di uno nipote saggio e di uno zio narratore, Nòva Il Sole 24 Ore
La notte bianca dei lavori narrati, l’Unità
La notte del lavoro narrato, Rassegna Stampa

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