R come Ricerca

A gennaio 2014 lo European Research Council ha selezionato tra le circa 3770 domande presentate i 312 scienziati assegnatari dei Consolidator Grants 2013 (finanziamento medio 1,84 milioni di euro, massimo 2,75 milioni di euro).
Gli scienziati italiani destinatari di questo finanziamento sono stati 46 sono, secondi solo ai tedeschi, 48, assai più numerosi di francesi, 33, terzi, e inglesi, 31, quarti.
Purtroppo però 26 di questi grant, per un valore intorno ai 50 milioni di euro, se ne andranno all’estero, perché gli italiani che li hanno vinti fanno ricerca fuori dall’Italia (è il saldo di gran lungo più negativo di tutti i paesi), per cui alla fine nella classifica dei paesi dove i ricercatori che hanno ricevuto i grant porteranno avanti la loro attività passiamo dal secondo al sesto posto, ex aqueo con la Spagna e superati da Regno Unito (62), Germania (43), Francia (42), Olanda (29) e Svizzera (22).

Il 2014 è anche l’anno nel quale non è previsto un solo euro di finanziamento per i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) e si conferma assolutamente insufficiente la percentuale di investimenti delle grandi imprese private nazionali ed estere in R&D e comunque neanche lontanamente paragonabile agli altri paesi cosiddetti avanzati.

In Germania ad esempio nel 2012 le aziende hanno investito in R&D 58,3 MLD di Euro (+5,3% rispetto al 2011), il 2,02 % del Pil (+ 0,5%), mentre ulteriori 12,8 miliardi (+3,8 percento) sono stati investiti per affidare incarichi a università ed enti di ricerca, con un aumento complessivo dei posti di lavoro del 2,9%. Detto che l’’86% di questi investimenti hanno riguardato l’industria e che i 2/3 del totale sono stati a carico delle aziende con oltre 1000 dipendenti, si può aggiungere che gli investimenti pubblici sono stati pari invece allo 0,96% del Pil (+0,2) e che dunque in totale gli investimenti in R&D della Germania sono stati pari al 2,98% del Pil. (Fonte: Stifterverband für die Deutsche Wissenschaft).

La tentazione sarebbe quella di considerare la Germania un caso a parte, e invece no, come evidenzia la pagina web della Ue dedicata a R&D che accoglie il visitatore con queste testuali parole:

“L’innovazione è il cardine della strategia dell’UE per favorire la crescita e creare occupazione entro il 2020. I paesi dell’UE dovranno investire, da qui al 2020, il 3% del PIL in R&S (1% di finanziamenti pubblici, 2% di investimenti privati) con l’obiettivo di creare 3,7 milioni di posti di lavoro e realizzare un aumento annuo del PIL di circa 800 miliardi di euro”.

All’Italia servono più investimenti dunque, privati e pubblici, in R&D.
Ma assieme alle risorse finanziare possono avere un impatto importante anche quelle territoriali, organizzative, relazionali. Esistono nel nostro paese cluster territoriali nei quali la vicinanza tra ricercatori, investitori, classe dirigente locale crea un buon ambiente per la ricerca e che dunque occorre fare in modo che essi non rimangano confinati in una dimensione locale ma si colleghino con quanto c’è di più innovativo nel resto del mondo.
Occorre saper pensare l’innovazione in termini non soltanto di specifiche attività ma anche di connessioni con la società, l’economia, i settori produttivi.
Questioni di innovazione sociale, di percezione pubblica, di ecosistema normativo, di misure fiscali, di trasferimento tecnologico, di proprietà intellettuale, altrettanti fattori portanti per un Paese che non può non essere knowledge based.

Come sviluppare e  valorizzare le capacità della ricerca italiana?

Le esperienze dei paesi leader in materia di R&D suggeriscono che – una volta affrontata la questione risorse – per raggiungere, mantenere e consolidare posizioni di eccellenza occorre prima di tutto incentivare, valorizzare, premiare i più bravi, promuovere la loro capacità di collaborare e sviluppare la loro capacità di competere e persino di attrarre finanziamenti, in maniera tale da avere un’onda di nuovi risultati ogni 2-3 anni. In buona sostanza mentre si raccolgono i frutti del lavoro precedente si investe nelle idee, nei settori di ricerca e nelle tecnologie che diventeranno strategiche nei 2-3 anni seguenti, si lavora intorno a ciò che potrà diventare decisivo nel ciclo di vita della ricerca successiva.

Per fare ciò occorre impostare e pianificare con cura il reclutamento di giovani ricercatori, mettendoli in condizione di fare esperienze all’estero – perché questo è indispensabile per chi vuole fare ricerca ad un certo livello – ma evitando che questa diventi una scelta senza possibilità di ritorno (ogni dottorando italiano che lascia il Paese determina una perdita calcolata in mezzo milione di euro), adottando politiche di inserimento che premiano i più bravi e assicurando loro gli educatori – leader  in grado di aiutarli a crescere e a diventare autonomi.

Oggi scienziati e ricercatori senior italiani con queste caratteristiche si trovano dappertutto – Inghilterra, Francia, Spagna, Giappone, Cina, Taiwan, Singapore -, hanno tra i 40 e i 60 anni, i loro progetti di ricerca vincono come abbiamo visto i Consolidator Grants, ma invece di essere gli educatori/leader/tutor di gruppi di ricerca in Italia si ritrovano a svolgere questa stessa funzione all’estero, cosicché la loro esperienza e il loro know how finiscono per essere messe al servizio di giovani ricercatori di altri paesi.

E’ utile sottolineare che spesso i paesi ospitanti adottano tipologie di contratto specifiche, ad esempio della durata di 5 anni, che vincolano il ricercatore leader per 2/3 mesi all’anno. In questo modo con un investimento finanziario equivalente a quello di un anno possono contare sulle loro capacità, il loro know how, la loro conoscenza nel corso degli anni dato che un ricercatore senior in 5 anni sviluppa in maniera significativa il proprio bagaglio di conoscenze. Spesso si comincia con un ufficio. Poi vengono selezionati, sulla linea di ricerca avviata, giovani ricercatori che hanno voglia di sperimentare nuove vie. Uno o due di essi con il tempo diventa l’interfaccia locale del ricercatore senior e nel giro dei 5 anni si costruisce un gruppo in grado di camminare sulle proprie gambe, con grande soddisfazione dei giovani e anche del ricercatore senior che ha avuto la possibilità di studiare una realtà diversa dalla sua, di competere con colleghi di altri paesi, di arricchire il proprio bagaglio di esperienze e di poterlo trasmettere ai più giovani.

Il rischio, se non si inverte da subito la tendenza, è di ritrovarsi con un sistema della ricerca regredito a tal punto che rimetterlo in pista sarà estremamente complicato, anche perché si rischia di non avere più non soltanto i giovani ricercatori, ma anche gli educatori. Cominciare da subito è anche il solo modo per rispondere al fatto che cambiamenti come questi non si improvvisano, che ci vuole tempo per istituire gli ambienti adatti alla ricerca scientifica, per ricostruire una propria cultura, una propria via, un proprio approccio, per ritrovare la capacità di pensare in grande.

Per fare ricerca al massimo livello bisogna essere competitivi al massimo livello, ma per essere competitivi al massimo livello bisogna essere capaci di collaborare al massimo livello, al tempo di internet più che in ogni altra fase la capacità di networking è infatti una componente essenziale dei processi di competizione, tanto a livello delle strutture quanto a livello delle persone, e dunque per vincere non basta competere, occorre collaborare, interagire. Perché è vero che vince chi conquista la priorità, chi raggiunge per primo un determinato risultato, chi dimostra originalità di vedute e capacità di tradurre le intuizioni in scoperte, le idee in prodotti, però il campo è così vasto che non si vince senza condividere dati, informazioni, punti di vista, conoscenza.

Per avviare un circolo virtuoso e sostenere percorsi e processi innovativi di ricerca  sono necessari dunque investimenti, organizzazione, risorse umane, capacità di networking, sistemi di valutazione efficienti, risultati migliori di quelli degli altri. Se si parte da qui a nostro avviso è più facile valorizzare ruolo, competenze e risorse delle istituzioni nazionali e locali che presentano le linee guide, definiscono i budget disponibili, verificano la rispondenza tra obiettivi e risultati, definiscono graduatorie di merito non solo sulla base dei risultati scientifici ma anche della loro ricaduta sul terreno produttivo e su quello occupazionale. E favorire i processi di interazione tra imprese innovative, università, istituti di ricerca, start up.

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