S come Speranza

La speranza di vivere in un’Italia più bella.
Più bella perché dà valore al lavoro.
Perché
 fa bene le cose perché è così che si fa.
Perché riconnette lavoro e autonomia.
Perché #fabenelecose e #facosebelle.
Perché da un grande potere derivano grandi responsabilità.
Perché ha visione.
Perché si racconta.
Perché non si arrende.

L’Italia del trackpad e della raspa. Del tablet e del trattore. Dello smartphone e della chiave a stella.

L’Italia dell’approccio artigiano, quello che Sennett (2008) considera “la figura rappresentativa di una specifica condizione umana: quella del mettere un impegno personale nelle cose che si fanno”, quello che permette al giovane Renato di definire il proprio lavoro di maestro di chitarra con parole come “umiltà” e “calore”, “l’umiltà con la quale cerchi di trasmettere qualcosa”, “il calore che riesci a fare quando fai qualcosa”.

L’Italia consapevole che ogni essere umano possiede una «motivazione alla riuscita» (cit.), la spinta a fare bene qualcosa e che dunque bisogna coltivare a ogni livello la capacità che produce rispetto di sé, l’indipendenza che è strettamente associata alla condizione adulta, l’autonomia che non è semplicemente un agire ma richiede una relazione forte tra il pensare, il fare, la responsabilità e l’impegno delle persone.

L’Italia che considera la conoscenza una forza produttiva fondamentale e le forme personali di sapere e di esperienza altrettanti momenti di integrazione nel processo di valorizzazione dello stesso capitale. Che pensa che la libertà è il diritto di sapere delle cose. Che valorizza il carattere costitutivo del diritto all’apprendimento per tutto l’arco della vita come parte importante della definizione del nuovo stato sociale. Che considera il sapere e il saper fare come i fattori intorno ai quali le persone sono in grado di rileggere le loro vite, come gli “arnesi” di cui esse dispongono per ricostruire, in maniera autonoma, un proprio percorso, un proprio schema di relazioni, un proprio punto di vista pubblico, un proprio percorso umano e lavorativo.

L’Italia che investe in capitale umano, in capitale intelligenza. Che liberalizza l’accesso alla conoscenza in ogni sua forma e attraverso qualunque mezzo. Che sa mettere a valore la conoscenza esplicita e tacita dei singoli. Che contrasta la dispersione scolastica e mette in atto sistematiche azioni di recupero e sostegno delle scuole in maggiore difficoltà, a partire da quelle meridionali. Che combatte l’analfabetismo funzionale. Che si allinea all’Europa anche perché garantisce una più forte corrispondenza tra livello di istruzione e livello di retribuzione.

L’Italia che sa fare del lavoro un’attività sempre meno passiva e sempre più partecipata, che richiede voglia di imparare e saldo possesso, anche ai livelli più bassi, di quelle competenze trasversali che consentono di esprimersi utilizzando un vocabolario più ricco, di collaborare con gli altri in maniera più efficace, di prendere decisioni in minor tempo e con maggiori possibilità di cogliere l’obiettivo.

L’Italia che ritiene che la discussione nell’ambito dello spazio pubblico, la formazione di punti di vista autonomi, il confronto sulla base di opzioni alternative siano risorse strettamente connesse alla quantità e alla qualità di informazioni disponibili.

L’Italia che lavora con rigore e passione, che prova soddisfazione nel fare bene le cose “a prescindere”, qualunque esse siano. Pulire una strada. Costruire una casa. Scrivere un libro. Progettare un ponte. Cucinare la pasta e patate. Spiegare alle persone allo sportello che fare per ottenere il rimborso delle spese sanitarie.

L’Italia fatta di donne e di uomini normali, persone che quando fanno una cosa la fanno con gioia, come se avessero il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo, come diceva Josephine Baker, persone che pensano «lavoro, dunque valgo», merito rispetto, considerazione, persone che lavorano e vivono a partire da questo pensiero persino quando non lo sanno, persone che le loro rughe se le guadagnano lavorando ogni giorno con impegno, consapevolezza, responsabilità.

L’Italia che condivide un metodo, un approccio, un modo di essere e di fare, che sa valorizzare e creare nuovi spazi, anche di mercato, non solo per il lavoro e l’impresa innovativa, ma anche per quella tradizionale di qualità.

L’Italia che tra mille difficoltà continua a intessere relazioni tra tradizione, storia, cultura, tecnologia e ne fa il tratto caratteristico, la differenza, il punto di forza, il valore aggiunto della propria capacità competitiva.

Approfondimenti
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